Fini apre la convention di Futuro e libertà

Fini apre la convention di Futuro e libertà

di Maurizio Dianese

VENEZIA – «Non sono un santo, ma nemmeno un mafioso. Dalle nostre parti si dice “pulito come l’ostia”. Ecco: io dico “pulito” e non vado più in là con i paragoni. Ma pulito sì. E questa storia mi ha distrutto la vita. Mia e dei miei cari. Ma se io fossi quello che dipingono, vi sembra che sarei qui a parlare?»

Ecco, appunto, perché ha deciso di farsi intervistare?

«Perché sono stanco di essere perseguitato. Sono rovinato, nessuno mi dà più lavoro. Sono costretto a vendermi quello che ho messo da parte in questi anni. E tutto per un solo episodio. Un imprenditore per il quale avevo lavorato e dal quale avanzavo dei soldi, che ha deciso di togliermi di mezzo denunciandomi. E con l’accusa di usura sono finito dentro. Un unico episodio, ripeto, mai avuto a che fare con la giustizia né prima né dopo.»

Le apparenze raccontano un’altra storia. E sono tutte contro Luciano Donadio, 46 anni, originario di Casal di Principe, il paesino di 20 mila anime della Campania che è diventato famoso in tutto il mondo con il libro Gomorra di Saviano il quale ha raccontato le gesta del cosiddetto “clan dei casalesi”. Ebbene Luciano Donadio con i suoi anelli, il braccialetti, l’orologio d’oro sembra lo stereotipo del camorrista. Anche il modo di parlare, irruento e allo stesso tempo accattivante, fa venire in mente il clichè del mafioso. Per i carabinieri, che lo tengono d’occhio da un bel po’, Donadio è il capo dei casalesi ad Eraclea. Questa è l’apparenza. Veniamo ai fatti.

I casalesi – intesi come originari di Casal di Principe – sono una mezza dozzina, ad Eraclea – ma la “colonia” dei campani tra San Donà e il litorale, conta parecchie centinaia di persone. Lavorano tutti nell’edilizia e qui ne ha portati tanti lui, Luciano Donadio, che è arrivato, uno dei primi, agli inizi degli anni ’90.

«Ho iniziato a lavorare come cottimista. Mettevo giù piastrelle. Ho lavorato sodo e solo dopo 7 anni mi sono potuto permettere di trasferire la famiglia, moglie e tre figli. Ho lavorato tantissimo qui. Anche la casa dove abito l’ho costruita io, con un’impresa molto nota di Eraclea.»

E com’è che le Forze dell’ordine ce l’hanno tanto con lei?

«Perché io sono uno all’antica. Offro rispetto e pretendo rispetto. Ma alla luce del sole. Saluto tutti, mi metto in piazza con il telefonino e urlo, ma urlo di mio, non perché ci sia motivo di urlare ed ecco che tutti pensano che sono un camorrista. E invece sono solo un impulsivo».

Un po’ pochino per passare come il capo clan dei casalesi. Non è che anche lei rispetta il cliché della mafia per cui tutti vengono a baciarle la mano?

«Ecco, i carabinieri vedono che io parlo con tutti, che piglio il caffè con tutti. In molti vengono da me a chiedere consiglio e allora io sono il capomafia. Ma, ripeto, è solo perché pretendo rispetto. E infatti avete mai sentito di un casalese a Eraclea che si è ubriacato o si è drogato? No. E sa perché? Perché mi portano rispetto.»

Quando e come è arrivato ad Eraclea?

«Tra il ‘92 e il’ 93, tramite un conoscente. Mi ha detto che c’era un sacco di lavoro da queste parti e noi di Casal di Principe siamo muratori provetti. Lo sa che siamo i migliori in Italia nella lavorazione del mattone a vista? Eh, si parla sempre del clan dei casalesi, della mafia, della camorra, e invece alla nostre spalle c’è una tradizione di lavoro. Poi si sa, in un paese piccolo ci si conosce trutti e dunque non posso dire di non aver conosciuto personaggi “di spicco” del Paese.»

E anche qui non può negare di conoscere alcuni personaggi locali che hanno avuto più di un guaio con la giustizia. Molti sono legati all’ex capo della mala locale, Silvano Maritan. E guarda un po’, lavorano tutti nel settore delle costruzioni.

«È il motivo per cui li conosco. Per lavoro. Solo per lavoro».

Ma come si spiega che tante imprese campane sono venute a lavorare qui?

«Perché qui c’era tanto lavoro».

Infatti le imprese del Sud hanno costruito quasi tutta Eraclea, dagli anni ’90 in poi. Dal primo Villaggio dei Lecci fino agli ultimi alberghi.

«Guardi che io ho lavorato dappertutto. Ho partecipato anche alla ristrutturazione della caserma Albanese, che ospita la Questura di Venezia e abbiamo ristrutturato 5 mila appartamenti dell’Ater. Sempre in seconda fila, come sub appaltatori, ma le sembra che non mi abbiano controllato per filo e per segno prima di farmi lavorare in Questura?»

E lavorando ha realizzato tante buone cose.

«E infatti io l’ho sempre detto ai miei, ma perché tanta gente si rovina con la droga e queste robe qua, quando si possono fare i soldi con il mattone?»

In una storia legata al mattone lei c’è finito dentro in pieno. Nel 2006 un tal Finotto, un imprenditore con il quale lei lavorava, l’ha accusata di usura. Ne è scaturita una mega inchiesta che ha portato in carcere 17 persone.

«Anch’io sono stato arrestato.»


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