Mariano Pieroni

Mariano Pieroni

Mariano Pieroni è nato a Barga (Lucca) nel 1937; vive e lavora a Solbiate Arno (Varese).

Ideologo del movimento dimensionista, ha fatto parte di gruppi storici dell’area lombarda: L.A.D.P.D.V. – I Besnatesi – Porta Ticinese – Centro documentazione arte Varese. Dal 1952 al 1966 vive a Firenze e frequenta gli studi di Rosai, Grazzini, Conti, la scuola libera del nudo presso l’Accademia di Belle Arti diretta da Giorgio Settala; è allievo di Silvio Polloni, e attorno al 1954 entra come allievo nello studio di Pietro Annigoni. Tra i suoi maestri Ugo Seravalle (post-macchiaiolo) ed Emanuele Zambini (scultore). Di prima formazione figurativa tradizionale macchiaiola, passa, dopo la scuola del nudo all’Accademia di Firenze, all’informale, all’Astratto adottando varie tecniche come il collage, il frottage ed altro. Nel 1966 si trasferisce in Belgio a Liegi e lavora nello studio di André Junkers (ceramica e scultura); dopo otto mesi torna in Italia e risiede in Solbiate Arno.

Dal 1970 ad oggi ha tenuto più di 50 personali in Italia e all’estero; ha vinto numerosi premi ed ha partecipato a collettive, su invito, organizzate da noti critici d’arte. Ha eseguito opere pubbliche commissionate da città e comuni: affreschi e sculture, ceramiche, vetrate, opere in ferro, materiale plastico e bronzo. Sue opere si trovano in numerosi musei italiani e stranieri europei e delle Americhe. Attualmente è animatore di un gruppo denominato Linea confinaria. Elio Sparano e Rolly Cannara gli hanno dedicato due ampi servizi documentari televisivi Rai 1 (TG 1 Cronache 1978).

Testimonianze e testi, tra gli altri di: Silvio Zanella, Franco Solmi, A. M. Ruisaard, Enrico Bai, Marco Rosci, Franco Passoni, Luigi Carluccio, Mario Pistono, Elio Bertolazzi, M.L. Stellato, ecc.. Da una presentazione di Franco Solmi

E’ per una dilatazione nella dimensione del non detto e dell’indicibile che si giustifica, del resto, l’aura metafisica rilevata da tutti nelle opere dipinte da Pieroni negli ultimi anni. Ma si tratta, com’è umano che sia, di una metafisica inquinata d’infiniti relitti del quotidiano, che non ha molto da spartire con quella trionfante nelle glorie e negli ori spenti della grande tradizione mediterranea anche se Pieroni, che della Toscana è figlio, può legittimamente considerarsi erede di antiche solennità quanto figlio delle moderne catastrofi. Il problema dello spazio, per esempio, assunto come problema di conquista e di misura razionale (di razionalità trionfante sull’enigma) proprio della tradizione metafisica si rivolge qui in una somma di incognite ove il momento irrazionale, la ricerca del mistero, è visto come dimensione salvifica dell’immaginario che si struttura, che si fa concreto come assurdo, come straniante “poesia” delle cose che non sono, come testimonianza inattendibile di un “eterocosmo”.

Non è un caso se Pieroni, per dar forma ai suoi fantasmi, deve servirsi degli strumenti più inattuali, come il “tono” o la “pittura-pittura”, uniti a una vocazione strutturale che non ha ordini precostituiti a cui obbedire ma che inventa se stessa ad ogni momento espressivo.

Il dipinto, insomma, non contiene forme e messaggi, ma è forma e messaggio senza residui, opera “inventata” se mai ve ne furono, metafisica quanto è possibile in un mondo ove di metafisica v’è soltanto la memoria dell’inenarrabile quotidiano. E’ questo “non essere”, questa irrealtà tutta moderna dell’arte che prevale nelle composizioni di Pieroni, anche in quelle più civilmente intenzionate.

L’artista cerca valori primari: attraverso strumenti ineffabili come il segno e il colore approfondisce il proprio mondo immaginario, lo carica di vibrazioni e di tremori almeno quanto lo irrigidisce in strutture autosignificanti.

Questo sembra essere l’obiettivo di Pieroni attratto soprattutto dall’inquietudine (questa sì esistenziale) verso la ricerca di un nuovo spazio o, come egli dice, di una nuova dimensione in cui possa riflettersi il sogno o, se si preferisce, l’intuizione di ciò che un tempo si diceva poesia.

La tangenza con il surrealismo, se proprio la si vuol ricercare, è in questo svariare fra simbolo e memoria, fra fisicità dell’oggetto dipinto è “inattualità” dell’immagine che sfugge alle categorie di tempo per definirsi completamente nella dimensione dello spazio indagato – e questo è possibile soltanto attraverso l’uso dell’antico strumento tonale – nelle sue più riposte vibrazioni. In questo senso appare assai acuta la notazione di Maurizio Corgnati che rileva il momento più alto dell’opera di Pieroni nel risolversi ad unità di due momenti contradditori, lo strutturale e il tonale; un vecchio sogno che fu di Morandi e di Klee e che oggi ritorna, come disperata illusione, nelle opere della postavanguardia europea.


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