Bolshoi e Marijinsky in Italia

Bolshoi e Marijinsky in Italia

Una pacifica invasione russa, senza dubbio foriera di bellezza, virtuosismo e prestigio, si “abbatte” fino al 18 maggio sulle scene italiane. Con un tempismo incredibile, e irripetibile per la ghiotta qualità delle proposte, sono infatti in arrivo – tra Milano (al Teatro degli Arcimboldi fino a domenica 13) e Reggio Emilia (tra il 15 e il 18 maggio) – le leggendarie compagnie di balletto del Bolshoi di Mosca e del Marijinsky di San Pietroburgo. In sintesi l’eccellenza della danza di impianto accademico, depositaria della tradizione pura del balletto classico, che si incarna ancora oggi in artisti che, meraviglie delle meraviglie, quando parlano della loro arte menzionano sempre un termine, ohibò, desueto ma sul quale converrebbe meditare a lungo: ” spiritualità”.

Non di meno, ed è questo l’elemento che arricchisce la prelibatezza dei due eventi, nel corso degli ultimi venti anni i due colossi coreutici, da espressione gloriosa dell’ideologia sovietica con il suo realismo stentoreo ed epico, si sono aperti alle esperienze più importanti del neoclassicismo e postclassicismo occidentale per ovvie ragioni fin lì mai frequentato. E il connubio – tra un linguaggio accademico evoluto e i massimi detentori della sua filosofia ed estetica – è stato subito abbagliante.

Inoltre le due compagnie, già caratterizzate l’una da uno stile inarrivabile fatto di lirismo e purezza (il Marijnsky), l’altra dall’intonazione eroica e dallo smagliante piglio atletico (il Bolshoi), hanno iniziato a definire ancor di più le linee artistiche dei loro nuovi curricula, operando scelte intriganti, che dimostrano un dinamismo intellettuale impensabile prima.

Si prenda il Bolshoi. Dopo una serie di vicissitudini che l’hanno portato a numerosi cambi di direttori, nell’ultimo periodo ha ritrovato una certa stabilità sotto la guida del giovane Alexej Ratmansky – ballerino e coreografo che ha maturato la sua esperienza all’estero e tornato a Mosca, alla guida del colosso, ha dato prova di una interessante e audace visione artistica, che da un lato punta al recupero di alcuni dimenticati titoli dell’epoca sovietica, magari da lui stesso ricoreografati, dall’altro alla riproposta di riproduzioni di opere che hanno fatto la storia della compagnia o di autori moscoviti, diventati glorie mondiali (si veda la recente riproposta di una serata dedicata a Leonide Massine).

A Milano, così, il Bolshoi – sfoderando tutte le sue stelle più fulgide (da Zakharova ad Alexandrova, da Filin a Tsiskarizde, da Osipova a Matvienko) – arriva con due titoli diventati ormai culto sulle scene di tutto il mondo. Si parte (fino a giovedì) con la divertente, pomposa, faraonica ricostruzione del titolo convenzionalmente considerato il primo esempio di grand ballet russo tardoromantico: La Fille du Pharaon, primo kolossal di Marius Petipa (1862) ambientato in un Egitto di cartapesta, evocato dalla consueta nuvola d’oppio venuta a ristorare un giovane archeologo dalle sue fatiche, che nel sonno si trasforma in un giovane guerriero venuto a salvare la mirabile Aspicia, figlia bella e impossibile del Gran Faraone.

Riproposto nel 2000 con coreografie in “stile” immaginate da un esperto rielaboratore di balletti romantici e tardoromantici come Pierre Lacotte, La Fille, con le sue geometriche danze di insieme, i suoi assolo, i languidi duetti, la pantomima, le danze di carattere (compresa quella di un ineffabile scimmione), è un’orgia di colori, bella danza, humour che non può che soddisfare gli amanti del genere.

Altrettanto interessante si annuncia la proposta di Il limpido ruscello (venerdì 11 e domenica 13) musiche (bellissime e fin qui dimenticate) di Shostakovic e coreografia di Ratmansky, che ha appunto voluto riprendere un titolo “comico” (e per questo ben presto cassato dalla censura staliniana) del maestro Lopukhov, audace sperimentatore di nuove forme coreografiche ben presto ridimensionato a semplice metteur en danse. La storia di un gruppo di artisti dalla capitale che arriva in una piccola stazione nella steppa, per partecipare alla festa del raccolto, con l’incontro con gli abitanti del vicino kolchoz chiamato “Il limpido ruscello” si dipana tra flirt e gelosie, balli e feste, dando il via a un racconto che combina acrobazia, travestimenti e burle in un vortice di gioielli coreografici che esaltano i nuovi talenti della compagnia moscovita.

Da parte sua il Marijinsky di San Pietroburgo, al Valli di Reggio Emilia ospite del RED Festival, da tempo ha ampliato il suo repertorio (oltre che con la ripresa filologica dei titoli topici della sua storia, da La Bella Addormentata a La Bayadére, con l’entrata di alcuni dei massimi autori di stampo classico del Novecento. Memorabile, ancora oggi, l’esecuzione di Jewels di Balanchine, al Regio di Torino, qualche anno fa, testimonianza di una comprensione intellettuale, tecnica e appunto spirituale alla poetica del grande coreografo russo-americano. Stavolta però la proposta è se possibile ancor più interessante perché i nostri magnifici danzatori, accanto a un irrinunciabile Galà Classico con pas de deux del loro repertorio (15 e 16 maggio), propongono in esclusiva e prima nazionale, il 17 e 18 maggio, una Serata Forsythe che promette mirabilie.

È qui, infatti, che avviene l’incontro tra il maestro conclamato del postaccademismo, fulcro del superamento di ogni confine intellettuale e tecnico tra danza accademica e contemporanea e appunto i più puri depositari di una tradizione assoluta. E a Reggio Emilia, il cui pubblico è ben avvezzo, da sempre, allo stile e alla poetica di Forsythe, suo ospite consueto, non poteva mancare l’occasione per vedere, in “salsa pietroburghese” l’esecuzione di quattro ardui e travolgenti capolavori dell’accademismo di fine Novecento dell’irrefrenabile Billy: da Steptext a The Vertiginous Thrill of Exactitude, Approximate Sonata e il capolavoro In the Middle Somewhat Elevated. Da non perdere.

di silvia poletti Bolshoi e Marijinsky in Italia

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